La condizione femminile nella scrittura e nella vita di Anna Banti.

Secondo appuntamento con la rubrica Grazie a loro, come loro curata da Tiziana Rubano, una carrellata di grandi donne, alcune note altre meno, a cui guardare per ispirarsi, motivarsi o semplicemente perché conoscerle è renderle merito. “Come loro” perché tutte sono un grande esempio. “Grazie a loro” perché alcune hanno sacrificato la propria vita per conquistare quei diritti e quella parità (su cui ancora c’è tanto da fare) di cui oggi godiamo. 

L’articolo sotto è una sintesi del saggio su Anna Banti che Tiziana Rubano scrisse in occasione di un evento pubblico. Per il saggio integrale, i riferimenti bibliografici e le note si veda il blog dell’autrice


di Tiziana Rubano 

 

Immagine ripresa dal Corriere Fiorentino.

Immagine ripresa dal Corriere Fiorentino.

Parlando di lotta all’emancipazione femminile è impensabile, e forse addirittura ingiusto, non fare anche solo un veloce accenno a Virginia Woolf, una delle prime scrittrici in Europa che, attraverso la sua opera e la sua esistenza assolutamente fuori dalle righe per l’epoca, fece di tutto per rivalutare il ruolo della donna nella società. A Room of One’s Own, pubblicato nel 1929, saggio che riprende e completa quanto detto dall’autrice in due conferenze presso le università femminili di Newnham e Girton, fu da subito considerato un manifesto da generazioni di femministe. Anche inquadrare la figura di Anna Banti è difficile senza considerare l’influenza che certamente ebbe su di lei la scrittrice inglese. Sono innumerevoli i punti di contatto fra le due iniziando dalla passione della prima per la seconda di cui tradusse Jacob’s Room e ne scrisse la prefazione. Entrambe furono spinte dai rispettivi padri, uomini di cultura, a sviluppare quel talento che esprimevano già in tenera età e mantennero sempre quella veste aristocratica, che costò loro l’accusa di snobismo, circondandosi unicamente di nomi che ritenevano “intellettualmente” degni. La Banti, in questo, era addirittura più rigida tanto da rifiutare qualsiasi discorso banale. Grazia Livi, in Narrare è un destino intitola il capitolo a lei dedicato L’ultima regina e ricorda come la soggezione per colei che portava «la corona della letteratura sul capo» la faceva da padrona le volte che ebbe il privilegio di essere ricevuta in casa sua. […] La Woolf al contrario, pur privilegiando anch’essa i rapporti selettivi destinati ad un arricchimento reciproco, a tratti sapeva essere anche comica e prendersi con leggerezza, qualità che mancava all’italiana.

Tuttavia, quello che salta all’occhio facendo un lavoro meramente biografico è che le due  ebbero un rapporto ugualmente intenso con l’arte visiva. Vissero al fianco di illustri critici d’arte e pittori assorbendo con tali frequentazioni quella componente figurativa rinvenibile nel modo di narrare dell’una e dell’altra. [… ]

Anna Banti fu allieva di Roberto Longhi, grande e acuto critico d’arte, che sposò nel 1924, evento biografico che segnò profondamente la sua carriera giacché fu proprio il matrimonio a spingerla nella direzione della scrittura sebbene avesse dedicato i primi anni da laureata in storia dell’arte ― con Adolfo Venturi ― proprio alle arti figurative lavorando a saggi eccellenti, alcuni dei quali elogiati da personaggi del calibro di Benedetto Croce. «Consideravo la critica la cosa più nobile che uno potesse esercitare. […] ― spiegò ― L’abbandonai quando capii che avrei fatto della critica d’arte di secondo piano. Avevo sposato Longhi e non potevo permettermelo. Volevo essere io, autonoma». Una rinuncia sofferta, per non vivere in eterno da seconda nell’ombra del marito, che si rifletterà più tardi in molte protagoniste dei suoi romanzi, donne che «colle parole e colle opere» esigono «il diritto al lavoro congeniale e una parità di spirito fra i due sessi». Un parità guadagnata con l’intelletto, quella stessa a cui faceva riferimento Virginia Woolf.

Anche la scelta del nome è figlia di un desiderio di indipendenza intellettuale (Lucia Lopresti, il suo vero nome, non le piaceva).«Mi sarebbe piaciuto usare il cognome di mio marito. Ma lui l’aveva già reso grande e non mi sembrava giusto fregiarmene». Alla fama certa preferì uno pseudonimo, un’identità altra, quella «che mascherandosi crea, e solo creando si sottrae a due prigioni: quella dell’origine e quella del matrimonio. Una identità fiera della propria liberazione. Fiera delle donne che ha vendicato tramite le pene sue, divenute arte: identificazione dopo identificazione».

La Banti decise dunque, incoraggiata dal marito, di intraprendere la strada della scrittura, disprezzando al contempo quello che in Italia si andava facendo in ambito letterario, «il cardarellismo, la prosa d’arte, tutta quella letteratura ornamentale, D’Annunzio, il dannunzianesimo» e inventando, attraverso l’amato Manzoni, un proprio genere: l’invenzione storica fondata sulla memoria, dove la condizione femminile e nello specifico l’esclusione delle donne dalla storia divennero la costante delle sue opere. Questo le permise altresì di saziare quel desiderio nato nelle aule universitarie: ridar vita e voce a personaggi meritevoli inghiottiti dall’oblio del tempo. Non abbandonò mai, infatti, «quel gusto di ritessere la vita di uomini immersi nella storia e soffocati dalla storia». Il risentimento che affiora però in molte sue pagine è ben lontano dai consigli della Woolf, che proprio attraverso A Room of One’s Own, esortava le scrittici a liberarsi dall’amarezza e l’odio verso gli uomini e anni di soprusi per non perderne in qualità narrativa. Insegnamento che la Banti credeva ingenuamente di aver fatto suo se ritenne doveroso redarguire Grazia Livi durante una delle sue «incursioni in un campo così alto, così selettivo» ottenendo dalla giovane “allieva” una reazione di stizza. «Sei troppo femminista! Non ti far prendere la mano. Proprio lei mi diceva questo! Mi ribellai internamente pensando al suo femminismo, alle donne dei suoi romanzi che avevano ingoiato offese e sofferenze, costruendosi una regalità risentita. Ma non manifestai il mio dissenso e tacqui».

Da una prosa di memoria passò al puro genere narrativo continuando a privilegiare l’analisi sociale della condizione femminile. Già nei titoli è esplicita l’attenzione verso il tormentato mondo del suo sesso: Itinerario di Paolina, Artemisia, Lavinia fuggita, Le donne muoiono, Il coraggio delle donne, Le monache cantano. E i nomi delle protagoniste femminili, pregni di significato, parlano chiaro: Paolina, Felicina, Arabella, Marguerite Louise. Urgente in lei era il bisogno di riscattare «vite di donne di cui non v’è traccia nella memoria degli uomini», correndo il rischio, come accadde, di rientrare nel filone del femminismo. Etichetta, quella di femminista, che detestava e da cui prese le distanze anche per bocca dei suoi personaggi. Eugenia in Allarme sul lago dice in tutte le sue lettere «Non sono femminista, vedete» e ancora, in Un grido lacerante, ultimo e autobiografico romanzo pubblicato nel 1981, la Banti spera di chiarire, una volta per tutte, la sua posizione contro ogni tentativo di classificazione forzata « […] avevano ragione quelli che l’avevano accusata di femminismo, la parola che lei detestava […]. No, lei non aveva reclamato altro che la parità della mente e la libertà del lavoro, ciò che tuttora da anziana contestatrice la tormentava. Aveva amato pochi uomini, anzi uno solo, ma pochissime donne, e quelle poche, riunite in una favola, sempre la stessa: il mito dell’eccezione contro la norma del conformismo». Un’eccezione a cui aspirò lei stessa fino alla fine dei suoi giorni nel tentativo riuscito di salvaguardare il  trono da cui guardava agli altri, ma soprattutto alle altre. Poche donne a cui spettavano grandi compiti, anche in letteratura, poiché la Banti come la Woolf, era convinta che solo una donna potesse cambiare finalmente il romanzo moderno perché portatrice di una intensa sensibilità e in grado di fare della donna un oggetto di racconto diverso dagli scrittori-uomini. Obiettivo questo perseguibile in ogni arte. La scrittura nel suo caso, la pittura per Artemisia Gentileschi.

Anna Banti in Artemisia — considerato il suo capolavoro — celebra «la rivendicazione di una donna del seicento di vivere come artista» dichiarando così la relatività di ogni epoca di fronte al desiderio di espressione del proprio talento. La scrittrice, inoltre, è abile nel restituire alla storia una grande figura di donna condizionata fortemente dal pregiudizio, Arselfportrait as the allegory of paininting smalltemisia Gentileschi, pittrice caravaggesca della prima metà del ‘600, che all’età di dieci anni fu violentata e «vittima svillaneggiata di un pubblico processo di stupro». Sarà proprio l’arte a liberare Artemisia dall’umiliazione, a riscattarla dal passato, a permetterle di ottenere la salvezza infierendo simbolicamente su un Oloferne che sta dipingendo. L’arte però sarà anche una condanna per la pittrice che morirà sola, abbandonata dal marito e dalla figlia, considerata come «una che si è lasciata alle spalle tutti gli affetti e persino il vanto delle femminili virtù, per seguir la pittura solamente». Anche il lettore meno esperto leggendo Artemisia noterà la somiglianza con l’Orlando di Virginia Woolf, avvertendo se non un riferimento almeno un riconoscimento artistico. […] Dunque il desiderio irrefrenabile di Orlando è scrivere come per Artemisia dipingere. Ma le affinità fra i due romanzi sono anche altre e più sottili […]. Orlando concretizza la sua insoddisfazione nell’ irrequietezza con cui attraversa luoghi, tempi e sessi diversi; Artemisia invece esprime il proprio disagio nell’incapacità di conciliare l’essere donna con il fatto di essere anche un’artista. La scrittura per l’una e la pittura per l’altra rappresentano l’unico punto fermo, il rifugio da una vita caratterizzata comunque dalla solitudine. Il successo, infatti, le consola, ma non riesce a cancellare l’angoscia per il fallimento della loro vita privata: entrambe sono state costrette ad un matrimonio di circostanza e tuttavia continuano a sognare un’unione sincera ed appassionata. Vivere l’esperienza dell’altro sesso, in parte appaga le loro insoddisfazioni, così Orlando improvvisamente si risveglia donna, sebbene continui ad oscillare tra le due identità; Artemisia, pur senza subire metamorfosi, vive una vita da uomo, sola ed indipendente».

Un nome spesso associato ad Artemisa è quello di Lavinia, la protagonista di Lavinia fuggita. Il periodo di ambientazione è più o meno lo stesso, siamo nella Venezia del 1700. Questa volta si tratta di un racconto, contenuto nella raccolta Le donne muoiono, che permise alla Banti di aggiudicarsi il premio Viareggio 1952. Lavinia, a cui «per sortilegio le difficoltà si scioglievano» tanto da risultarle ogni cosa congeniale, è una delle trovatelle dell’Ospedale della Pietà dove le ragazze vengono cresciute fra lezioni di tombolo, ricamo, canto e strumento. È il maestro Antonio Vivaldi in persona che ha il compito di insegnare il violino e far eseguire e intonare le musiche che compone per loro, ma a Lavinia questo non basta. Ribelle, insofferente alle costrizioni e ben consapevole delle sue capacità, l’orfana custodisce un quaderno di musica ove raccoglie le partiture che compone di nascosto e sostituisce a quelle del maestro per il piacere di sentirle suonate e perché conscia che l’opera per vivere necessita della relazione, dello scambio fra autore e fruitore, artista e pubblico. Scoperta e severamente punita per l’intollerabile trasgressione all’ordine costituito avendo osato irrompere in uno spazio sacro non consentito al sesso femminile, Lavinia sceglie la via della libertà fuggendo forse verso quelle terre d’oriente che aveva sempre vagheggiato, «devo tornare laggiù, qui non c’è posto per me, e ho bisogno di spazio. Mi vestirò da uomo, farò il pastore, all’aperto, sotto il sole e la luna». Realizzando l’impossibilità di esistere privata dell’atto creativo sacrifica le certezze di una vita decisa per assaporare il senso di onnipotenza dato dalla padronanza del proprio destino. Il quaderno, i cui fogli si spargono nel paesaggio e si trasformano in vele, rimanda alla creatività femminile diventata libera e consapevole e, custodito dalle amiche, rimarrà a testimonianza che un altro modo di creare è possibile.

Artemisia, Lavinia e quasi tutte le donne bantiane in sintesi sono vittime del tempo in cui vivono e di quel conformismo storico avvertito come ostacolo invalicabile a quella realizzazione artistica che avrebbe permesso loro di ritagliarsi un posto nella storia. Donne «indignate e superbe» che non concepiscono l’esistenza senza la composizione, così come la stessa Banti che descrivendo Lavinia ma parlando di se stessa dice «lei non si curava di soprusi, eppure aveva fama di superba» a confermare che era l’amore per tutte le forme artistiche a distrarla dal mondo esterno facendola apparire fredda e ostile, così come per la Woolf che finirà per uccidersi quando realizzerà l’impossibilità di scrivere in tempo di guerra.

Instancabile poligrafa è riduttivo ricordare Anna Banti esclusivamente come scrittrice: essa fu una figura straordinaria tout court. A partire dal 1950 svolse anche un importante ruolo culturale, fondando nel 1950, insieme a Roberto Longhi, la rivista Paragone, di cui curò la sezione letteraria per quasi un quarantennio come appassionato interprete dei classici e lettore di esordienti e di cui divenne direttore alla morte del marito nel 1970. Sulla rivista apparvero regolarmente i suoi interventi di critica letteraria e cinematografica mentre su quotidiani e settimanali pubblicava articoli di costume e lavorava a romanzi, racconti, contributi all’opera di grandi narratrici dimenticate e talenti incompresi (Lorenzo Lotto, Matilde Serao) quasi avesse saputo che le sarebbe toccata la stessa sorte. «È difficile discriminare se più nuoccia alla fama di un artista essere dimenticato che mal conosciuto ― scrisse nella biografia di Lorenzo Lotto ― e vien voglia di decidere che se un grande spirito potesse scegliere, preferirebbe il silenzio alle mezze parole».

Figura centrale della vita culturale fiorentina, città in cui visse dal 1938, la sua esistenza fu segnata da un lavoro ininterrotto e fecondo fino al suo ultimo romanzo autobiografico Un grido lacerante. Lasciando ogni sua proprietà alla Fondazione Longhi morì a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985. Se ne andava una protagonista del secolo in corso eppure la sua morte passò quasi in sordina. Anna Banti non rispecchiava i gusti del pubblico medio forse perché la sua scrittura raffinata non è accessibile ai più, forse perché era schiva e si teneva distante dal mondo comune o forse perché per lunghi anni, dirigendo la parte letteraria della rivista Paragone, aveva governato il mondo culturale tagliandone fuori molti. Caparbiamente tuttavia, proprio attraverso la rivista, ebbe il merito di valorizzare autori italiani come Pierpaolo Pasolini e Beppe Fenoglio dimostrando di essere molto attenta anche a certe tematiche. Quando Fenoglio vinse il premio Alpi Apuane a cui partecipò sotto sua pressione dichiarò: «Nessuno ha mai pensato a Fenoglio. Dobbiamo essere fieri di averlo fatto noi. Domani molta gente riconoscerà di aver avuto torto e che la ragione era dalla nostra parte». 

Tiziana Rubano

 

11960231_10207443225709332_6352586045376057494_nTiziana Rubano è giornalista, imprenditrice, Vice Presidente di Selena Italy ( di cui è anche responsabile del Gruppo Comunicazione) e Presidente di Auriga Cilento, associazione per lo sviluppo del territorio. Appassionata di teatro e storie di donne ha ideato e segue per Selena la rubrica Grazie a loro, come loro

@tizianarubano 

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